Tragica modernità nella Medea di Corrado Alvaro

di Monica Sanfilippo • feb 25th, 2010 • Teatro

La Lunga notte di Medea fu scritta da Corrado Alvaro nel 1949, all’indomani della Seconda guerra mondiale, in meno di un mese, sotto richiesta dell’attrice russa Tatiana Pavlova che interpretò la protagonista in scena al teatro Nuovo di Milano l’11 luglio dello stesso anno, sullo sfondo di una scenografia di Giorgio De Chirico e musiche di Ildebrando Pizzetti.
Tragedia in due atti, la Medea alvariana non ripropone una lettura “passiva” del mito e della vendetta, ma attualizza l’eroina desacralizzandola e umanizzandola, lei “barbara” e “straniera” in Ellade, madre di tutti gli esuli alla ricerca della propria identità.

“Medea – afferma lo scrittore calabrese – mi è apparsa un’antenata di tante donne che hanno subito persecuzione razziale e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di profughi”(1). E Alvaro ci riesce costruendo un percorso di alleggerimento della secolare colpa femminile, mentre accentua le gravi responsabilità di Giasone che sacrifica gli affetti per la gloria politica: “La potenza è come il male. […] Per forza devi salire, fino alla vertigine. [...] Regnare, comandare sugli altri è una voluttà grande come l’amore”(2). Così Medea, da terribile maga e fattucchiera, diviene con Alvaro “vittima” della società politica e del potere, voce della discriminazione verso l’Altro.

Lo stesso infanticidio è, in realtà, un salvataggio. Mermèros e Feres hanno portato alla corte di Creonte i doni per Creusa, ma sono avvelenati, e la folla inferocita grida contro loro: “Regicidi”, “A morte!”. Rincasati spauriti, Medea prima li protegge, ma quando i Corinzi irrompono in casa, non ha altra scelta che compiere il folle gesto proteso a estinguere “il seme d’una maledizione sociale e di razza, in uno slancio di disperato amore materno”(3). Non ucciderli avrebbe significato consegnarli prigionieri. Ma ora essi “non hanno più da temere […] – dice a Giasone, come alla storia – né il padre, né la madre, né gli uomini”(4).

Riferimenti bibliografici

  • Corrado Alvaro, Lunga notte di Medea, Bompiani, Milano 1966
  • Pier Paolo Pasolini, Medea: un film di Pier Paolo Pasolini, Garzanti, Milano 1970
  • M.G. Ciani, (a cura di) Medea. Variazioni sul mito, Marsilio, Venezia 2004

Note

  1. C. Alvaro, La Pavlova e Medea, in Id., Lunga notte di Medea, cit. p. 116
  2. C. Alvaro, Lunga notte di Medea, scena IV, pp. 232-233.
  3. C. Alvaro, La Pavlova e Medea, cit. p. 116
  4. C. Alvaro, Lunga notte di Medea , scena XIII, p. 252.

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Monica Sanfilippo - Indecisa tra sentimento e ragione, studia musica e filosofia. Dopo un Dottorato in Storia e Critica dei Beni Musicali, insegna per vivere e scrive per passione. Adora i suoi alunni, la natura e i borghi medievali d’Italia.
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