L’epopea dei vassalli ribelli

di Vincenzo Alvino • feb 4th, 2010 • Letteratura

La Chanson de Roland è la più famosa canzone dell’intera produzione epica francese, la cui ininterrotta fortuna ha superato il medioevo, grazie ai molti rifacimenti posteriori.
Se l’indubbia qualità dell’opera giustifica la sua sorte, bisogna dire che il tempo non si è dimostrato galantuomo con altre canzoni di valore artistico non inferiore, che però non identificavano l’etica cavalleresca con la difesa della fede cristiana. Questo elemento, relativo a un aspetto patriottico-religioso, fu l’elemento discriminante che condannò a un ingiusto oblio tante opere.
Il ciclo più affascinante e sconosciuto è quello dei Vassalli ribelli. Tutte le vicende ruotano intorno alle figure di nobili che si ribellano a causa delle decisioni ingiuste di re inetti. Queste canzoni riflettono il passaggio epocale tra la prima anarchia feudale di origine barbarica, e i regni cristiani sottoposti all’autorità di un unico sovrano consacrato (IX sec.).

Cavalieri sacrileghi dalla ferocia belluina, il cui sfrenato vitalismo ricorda quello di un Don Giovanni, oppongono la loro empia grandezza a quella dei più noti eroi cristiani, come un Rolando o un Guglielmo d’Orange. Per il Raoul de Cambrai il joie non è ancora sublimazione amorosa, ma furor distruttivo, un puro canto d’amore per la guerra, che sarà ripreso dall’opera di Bertran de Born.
Tali poemi sono portatori di un conflitto tragico, che nasce dallo scontro tra il diritto umiliato del vassallo e il  re, il cui potere è voluto da Dio e che perciò impone solo due opzioni: sottomettersi, e subire il torto docilmente, o perire.

La brutalità della ribellione svela la brutalità del potere, ed il suo fondarsi non sulla giustizia, ma sui rapporti di forza. A questa forza i vassalli oppongono, dopo l’iniziale ribellione, due comportamenti: ribellione, fino all’apostasia, e furore impotente, desmesur ed un destino di sconfitta (Gormont ed Isembart, Raoul de Cambrai), o una riconciliazione con Chiesa e Monarca, che però non appiana minimamente le ragioni del conflitto, perché emerge chiara la morale che nel nuovo ordine non c’è più spazio per la legge del singolo (anche se paradossalmente giusta).

Riferimenti bibliografici

  • Mario Fassò, La Chanson de geste, in Mario Mancini (a cura di), La letteratura francese medievale, Il Mulino, Bologna 1997

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